bilinguismo

Può un genitore crescere i figli bilingue senza essere madrelingua? Cos’è il bilinguismo?
Con il termine inglese “Non-Native Bilingual Parenting” si intende la pratica di parlare con i propri figli una lingua minoritaria, di solito quella che si è studiata per molti anni o che si utilizza quotidianamente in ambito professionale, sostituendola alla lingua madre.

Non-Native Bilingual Parenting: il bilinguismo

Introdurre il bilinguismo tra le mura domestiche è una delle sfide più impegnative che un genitore possa mai affrontare. Sono tanti i padri e le madri che cominciano con entusiasmo questo percorso, per poi smarrirsi lungo la via. Il lavoro, gli impegni quotidiani, la stanchezza non giocano di certo a favore, ma ciò che più di tutto mina alla buona riuscita di questo ambizioso progetto sono i molteplici dubbi.

Sarò in grado di parlare come un madrelingua?

E se poi commetto degli errori? Li trasmetterò a mio figlio?
Comincio dalla prima domanda. No, non parlerete mai come dei madrelingua. Ogni lingua è talmente ricca di sfumature, modi di dire, vocaboli in continua evoluzione che è impossibile padroneggiarla al 100% se questa non ha fatto parte del nostro quotidiano sin dalla nascita. Tuttavia, non bisogna scoraggiarsi!
Introdurre un secondo, o terzo e quarto idioma a casa, dà un enorme vantaggio al bambino, anche quando il livello non è alto tanto quello di un “native speaker” e ne trarrete beneficio anche voi!
Sicuramente parlare una determinata lingua sul lavoro, quindi avere dimestichezza con termini facenti parte della sfera commerciale, è ben diverso dal praticarla nel contesto familiare, ovvero quello dell’affettività.

Bilinguismo: alcuni ostacoli

Il primo ostacolo potrebbe essere proprio quello del “vocabulary gap”: non conoscere la traduzione di parole come “pannolino”, “seggiolino”, “caccola” impedisce una comunicazione efficace e, soprattutto, spontanea. Infatti, più che parlare alla perfezione la seconda lingua, è fondamentale sentirsi a proprio agio e apparire naturali quando lo si fa.
Un contesto artificioso è il primo nemico della buona riuscita di un progetto bilingue, poiché i bambini sentono subito quando qualcosa viene fatto forzatamente.
Un altro scoglio è la pronuncia, da non confondere con l’accento!
È senza dubbio importante pronunciare frasi e parole in modo corretto, ma studi recenti hanno dimostrato che i bambini hanno la capacità di auto-regolarsi e correggersi se esposti adeguatamente alla lingua. Via libera dunque, a viaggi, babysitter madrelingua, gruppi di gioco con altri bambini bilingue, musica e, dopo i due anni d’età, anche cartoni animati.

Cultura e rapporto con i genitori

Ogni lingua è strettamente connessa all’identità, fa parte del patrimonio culturale di ciascun individuo e ne plasma addirittura il modo di pensare. Parlare una lingua diversa dalla propria può intaccare il rapporto genitore-figlio? Come ho già detto, è fondamentale non provare imbarazzo ed essere spontanei; personalmente credo che sia importante parlare una lingua che si ama, solo così la si potrà sentire “propria” un giorno e trasmettere la stessa passione ai figli.

Pensate alla lingua straniera come ad un codice segreto tra voi e il bambino (questo consiglio vale soprattutto per i casi in cui si pratica OPOL, ossia il metodo One Person/Parent One Language); il rapporto non potrà che rafforzarsi e diventare sempre più speciale.
Ostacoli, dubbi, crisi di identità… dovete essere pronti ad affrontare tutto questo, con la consapevolezza che si tratta di tappe obbligatorie, oserei dire, ma alla fine delle quali otterrete risultati strabilianti e raggiungerete anche voi una competenza linguistica mai avuta prima.

Articolo a cura di Francesca Baroni

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